Progetti

• “The Shining of Things. dedicated to David Sylvian”
(Dodicilune Records)

Serena Spedicato & Nicola Andrioli. The Shining of Things. dedicated to David Sylvian
“SERENA SPEDICATO & NICOLA ANDRIOLI. The Shining of Things. dedicated to David Sylvian” (P) 2019 Dodicilune

The Shining of Things. Dedicated to David Sylvian“ è il nuovo progetto discografico firmato dalla cantante Serena Spedicato e dal pianista Nicola Andrioli.
Nato dal desiderio di rileggere e sviluppare un songbook sui camei piu’ significativi dell’immensa produzione artistica di David Sylvian. Strumentista, compositore e autore di musica sperimentale, intima e sofisticata, mista al jazz, all’ambient più colto e minimale, e al rock d’avanguardia. E straordinario vocalist dal timbro originale e pulito, caldo e profondo, a volte quasi indefinibile e fluttuante a mezz’aria.
L’intreccio dialettico e creativo del disco è affidato alla voce elegante della cantante leccese Serena Spedicato, al pianismo sapiente e raffinato di Nicola Andrioli, pugliese d’origine ma da anni residente in Belgio, anche autore degli arrangiamenti originali scritti per questa produzione, al ricercato trombettista scandinavo Kalevi Louhivuori, e al profondo spessore poetico del percussionista Michele Rabbia. Per frugare e ricercare, attraverso la libera espressione del linguaggio dei quattro musicisti, quel fil-rouge che avvicina l’opera di Sylvian alle atmosfere aperte, intime e rarefatte del jazz europeo. Esaltare le caratteristiche “nascoste” nei suoi viaggi sonori e tramutarle in una rilettura musicale. Con un sigillo personale che esalti il significato stretto e spirituale dei suoi testi, delle sue melodie e delle sue armonie.

Note di copertina di Roberto Ottaviano

“La canzone è un posto del cuore. E’ anche una storia, una visione, un messaggio che dovrebbe toccare l’anima e la mente. Un cibo naturale e salutare, poetico e vitale di cui dovremmo alimentarci sempre più spesso per ritrovare quei sottili fili che legano la nostra esistenza, che tiene in vita le memorie e ci fa ritrovare armonie smarrite. La storia della musica è praticamente pervasa di canzoni straordinarie, da Monteverdi ai Beatles, da Handel a Ellington, da Bacharach a Battisti. Canzoni su cui si sono formate umanamente e culturalmente molte generazioni. Mi sono chiesto più volte se fosse giusto, a questo proposito, scomodare la parola “poesia” e la risposta è stata che in taluni casi sarebbe più che appropriato, senza che questo debba infrangere una qualche sacralità dell’etichetta. Infatti non solo i versi a guisa di appunti da un diario, dal taccuino di viaggio, da lettere mai inviate, vengono perfettamente restituiti dal suo autore nella dimensione della canzone, e c’è dell’altro. Attraverso la multidimensionalità del timbro vocale e del disegno melodico, i cromatismi sonori, il diagramma ritmico, si apre una porta nello spazio privato del songwriter che disvela un luogo popolato di figure e oggetti, miti e leggende, una topografia immaginifica che integra diversi piani di lettura e ascolto che spesso la sola parola scritta tende ad occultare in un geroglifico indecifrabile. Tra i tanti spazi privati rivelati credo ne esista uno in particolare, un sentiero pregno di unicità e bellezza collocato nella terra di Albione, laddove il rapporto tra poesia e canzone si libera da perimetri stringenti. Qui più che altrove, se si percorre a ritroso questo viatico, affiorano i segni potenti di questa espressività, come un orto botanico rigoglioso ed enigmatico spesso rappresentato come metafora in diverse copertine di vecchi vinili. Se infatti penso a Nick Drake, Pete Sinfield, David Bowie, Peter Hammill, Peter Gabriel, Robert Wyatt solo per citarne alcuni, ciascuno di essi ha contribuito a determinare una vera e propria genealogia della poesia sonora cui mi riferisco. David Sylvian, in questo cenacolo, si ritaglia un spazio peculiare, con a ricco corredo un humus di materiali disparati che egli stesso dispone sullo scrittoio: le immagini fotografiche, gli esperimenti elettronici, le Hypergraphie, una multimedialità vitale insomma.
Stiamo evidentemente parlando di una figura emblematica e complessa dal punto di vista artistico ed estetico, riferimento al quale accostarsi in termini interpretativi diventa un compito ardito e insidioso. L’operazione che fronteggia Serena Spedicato è dunque piena di trappole ed interrogativi, bissando qui coraggiosamente la sfida affrontata alcuni anni fa con un disco dedicato a Tom Waits. Non si tratta di affrontare il Songbook di Broadway, sancta sanctorum attraversato in lungo e in largo da migliaia di interpreti (certo, molte volte con esiti straordinari), oppure il brano Pop di tendenza da tanti inserito in repertorio con arrangiamenti pure intriganti. Niente di tutto questo. Avverto piuttosto, e credo di non sbagliare, lo spirito di Alice che guarda nello specchio al fine di ritrovare una immagine di sè e tuffarsi in un viaggio interiore. Serena fa propri i testi di Sylvian e li destruttura musicalmente in modo da evitare di fargli il “verso”, li rende così quasi avulsi dall’originale e li colloca in una ambientazione meno evanescente, più terrigna, forse intrisi di quella terra da cui proviene la cantante. Un profondo Sud, quello Salentino, nobile e ricercato, finisterrae ma al contempo porta verso l’ignoto. Come Sylvian, Serena ama le trame acustiche, i reverberi ricercati, il tintinnìo pianistico di un musicista raffinatissimo eppure schivo come Nicola Andrioli, la concretezza e la dimensione percussiva di un maestro come Michele Rabbia, l’imprescindibile suono arcaico della tromba, che fu di Kenny Wheeler, di Jon Hassell, Mark Isham e infine di Arve Enriksen nei lavori dell’artista britannico, qui affidato ad un genius loci scandinavo, Kalevi Louhivuori, che di questi raccoglie le sementi rilanciandole oltre.
Ma su tutto gravita lei, Serena, con una voce che narra come in Orpheus, sussurra con consonanza di testa e al suo registro pulito pieno di armonici, Serena – Sirena che contrappunta il soffio di Louhivuori in Weathered Wall. Un colore vocale a tratti memore di due interpreti divergenti e convergenti allo stesso tempo: la norvegese Karin Krog e la britannica June Tabor.
Tale è il suo essere parte di questa storia che può concedersi anche l’orpello dell’overdubbing, in Heartbeat, con grande gusto e sobrietà. Sebbene tutto il lavoro beneficia di una coralità encomiabile, non mancano momenti in cui le personalità emergono in modo spontaneo e necessario come gli interventi pianistici di Andrioli in Brilliant Trees o quelli di Louhivuori in Laughter and Forgetting, mentre Rabbia cesella di fino ovunque, come un respiro che cuce il tessuto dei brani. E dunque Serena/Alice attraversa la terra di Sylvian che è multiforme, minimalista, ambient, new age, senza “farsi tagliare la testa”, con l’abbandono del musicista profondo, senza farsi “ipnotizzare” inutilmente dallo sciubidù jazzistico di maniera, senza cedere alla tentazione di una prevedibile lectio restituta, come tanti omaggi ricorrenti, regalandoci una pagina strappata e, azzardo, riscritta per intero.” Roberto Ottaviano

Preascolto & Digital Downoad



• My Waits. Tom Waits songbook
(Dodicilune Records)

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Il mondo di Tom Waits, poeta dannato, cantore per eccellenza dell’America underground, visionario ma legato alla realtà della strada, raffinato ma attento alla realtà degli ultimi (prostitute, ubriaconi, clochard), autore di storie di un mondo minore, scritte tra strade abbandonate, vicoli bui, locali fumosi, motel di periferia, costituisce un riferimento assoluto nella musica contemporanea; e, proprio perchè molto legato alla figura e alla cifra del suo autore, costituisce un songbook difficile, che ha molto ispirato i migliori interpreti (da Ute Lemper a Scarlett Johansson) come i migliori songwriter del nostro tempo (in Italia, un nome su tutti, Capossela). Tuttavia, proprio il peso specifico di Waits ha scoraggiato una rilettura completa della sua opera. Per questo, My Waits, di Serena Spedicato, rappresenta un atto di coraggio, oltre che un atto di devozione. In My Waits, infatti, Spedicato e il suo gruppo di raffinato jazz da camera -pur nel pieno rispetto della poesia e della metrica waitsiane- decontestualizzano il songbook del poeta californiano, tratto esclusivamente dai suoi primi dischi (da Closing Time sino a Heartattack and Wine), donandogli una interpretazione jazz fresca e convincente. La voce cristallina di Serena Spedicato, così diversa dalla roboante interpretazione di Waits, conferisce una raffinata eleganza a melodie preziose, che, nella nuova veste, appaiono dotate di luce nuova. Il gruppo, con Gianni Iorio al bandoneon e al pianoforte, Antonio Tosques alla chitarra, Pierluigi Balducci, anche arrangiatore del progetto, al basso e Pierluigi Villani ai ritmi, porta alla luce gli angoli più segreti e nascosti del mondo di Waits, i suoi riferimenti reconditi. Un lavoro di valore assoluto.

Rassegna Stampa

  • Serena affronta Waits con assoluta scioltezza e carattere, imprimendo un marchio del tutto personale, anche nella cernita dal corposo carniere di Waits. La sua voce è l’esatto opposto di quella cartavetrata di Tom Waits e si fonde a meraviglia nell’impasto sonoro creato dai materici arrangiamenti del fuoriclasse Pierluigi Balducci. Quella di Serena Spedicato è una scelta sì ardimentosa, ma decisamente ben riuscita e opportunamente calibrata.(Alceste Ayroldi per JAZZITALIA)
  • Un gran disco, stupendo per il modo in cui si rende l ́universo poetico di Waits. La voce pulita ed elegante della Spedicato è ben affiancata da un gruppo molto affiatato, in piena sintonia sul progetto“. (Vittorio Lo Conte per MUSICZOOM)
  • I brani vengono maneggiati con attitudine e freschezza espressiva, con vivacità cristallina e grazia sofisticata, in contraltare alle interpretazioni tenebrose, crepuscolari e ‘fumose’ di Tom, in virtù (pure) di arrangiamenti delicati.AUDIOREVIEW (Luigi Lozzi)
  • Visione e poesia. Una suggestiva reinterpretazione di un cantore straordinario, a cui la voce della cantante salentina ridona una luce e una bellezza ulteriormente magiche muovendosi tra le note con una sapienza musicale che esplode di raffinato jazz“. LECCEPRIMA
  • Un’antologia fresca ed originale di significativi brani del “cantore maledetto”. Pulsanti sinergie intrise di quieta classe e congiunte ad un’agilità nuova e immediata.JAZZCONVENTION (Fabio Ciminiera)
  • La voce di Serena Spedicato sale e scende le scale del jazz dieci volte. Rilettura intelligente e coraggiosa del primo repertorio di Waits, l’album è dimostrazione che anche le scommesse canore più difficili si possono vincere.ALIAS IL MANIFESTO (Luciano Del Sette)
  • Spazio emotivo rinnovato grazie a nuovi arrangiamenti e ad un interplay di grande finezza culturale, esplorato da strumentisti in felice vena creativa. La Spedicato s’accosta alle melodie con elegante fermezza e con vocalismo raffinato, luminoso e composto, secondo un modus del tutto personale che dimostra come sia possibile tradurre il mondo di Waits in un narrativo diverso, nudo e contemporaneo.4ARTS (Fabrizio Ciccarelli)
  • Accompagnata da un gruppo di eccellenti musicisti la splendida voce di Serena Spedicato, unita ai raffinatissima arrangiamenti elaborati da Pierluigi Balducci, conferiscono ai vari brani un eleganza sonora tale non solo da impreziosire le linee e le strutture melodiche originali ma anche di svelarci i brani sotto una nuova luce. “My Waits” è dunque un disco di grande pregio che non dovrebbe mancare accanto ai dischi del buon vecchio Tom.BLOGFOOLK (Salvatore Esposito)
  • Un lavoro affascinante e di valore assoluto“. PICCHIO MAGAZINE
  • Serena reinterpreta le linee vocali con sinuosa eleganza e raffinata tecnica, interagendo in alchimia d’intenti con le preziose personalità artistiche di Gianni Iorio, Pierluigi Balducci, Antonio Tosques, Pierluigi Villani, tutti jazzisti di grande livello“. QUISALENTO (Viviana Leo)
  • Spedicato e la sua band sono veramente brillanti e vi faranno divertire“. BLOW UP (Stefano I. Bianchi)

Preascolto dei brani, recensioni, riconoscimenti



• Le Voci di Genova

FOTO_LEVOCIDIGENOVAUn progetto originale di Serena Spedicato, “Le Voci di Genova” nasce nel 2014 dalla volontà di ripercorrere la vita dei cantautori genovesi dagli anni ’50 ad oggi. Intellettuali prima che cantanti, si ispiravano al jazz, alla filosofia esistenzialista e ai cantautori francesi ad essa legati, alternativi nei valori e negli stili. Le celebri canzoni di Bindi, De Andrè, Lauzi, Tenco, Paoli, Endrigo, Conte, Fossati saranno le protagoniste di una serata dedicata alla grande tradizione cantautorale dalle raffinate atmosfere del jazz da camera. A riproporre i loro maggiori successi, Serena Spedicato, voce, accompagnata da Giuseppe Magagnino, pianoforte e arrangiamenti, ed Emanuele Coluccia ai fiati.

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